Credits: Carlotta Artioli
Massimo Bianca è stato uno dei grandi maestri del diritto civile italiano. Giurista rigoroso, docente appassionato, osservatore sensibile della realtà sociale, ha formato intere generazioni di studiosi con l’esempio prima ancora che con la dottrina.
Nato a Catania nel 1932, si laurea nell’ateneo della sua città sotto la guida di Michele Giorgianni. Dopo un primo incarico a Ferrara, torna a Catania nel 1961 per insegnare Diritto civile, ricoprendo anche, per alcuni anni, la cattedra di Diritto del lavoro. Nel 1974 approda alla Sapienza di Roma, dove insegna fino al pensionamento, divenendo Professore Emerito.
Nel suo lavoro accademico unisce profondità teoretica e attenzione concreta ai mutamenti della società. Sin dagli anni 70, aveva affermato la necessità di riformare il diritto delle persone, a cominciare da quegli istituti, come l’interdizione e l’inabilitazione, che ne limitano ingiustificatamente l’autonomia, incidendo sulla libertà di autodeterminazione. È stato promotore della riforma sulla filiazione, entrata in vigore nel 2012, e nei suoi scritti ricorre spesso il principio di effettività della norma: il diritto, per Bianca, deve restare fedele alla realtà, non inseguirla con ritardo.
Ha pubblicato instancabilmente: articoli, saggi, relazioni, progetti di riforma. Ma soprattutto un’opera monumentale: il Trattato di Diritto Civile in 7 volumi, aggiornato con scrupolo negli anni. E poi i classici su inadempimento, vendita, permuta, oltre al manuale di Istituzioni di diritto privato, scritto con la figlia Mirzia.
Bianca non è stato solo un tecnico del diritto. Nei suoi testi si avverte una costante tensione etica: la cura per i più deboli, la tutela della persona, l’idea che il diritto debba servire a proteggere, non solo a regolare. Ha saputo anche criticare la normativa quando — a suo giudizio — smarriva la rotta.
Se n’è andato nel 2020, lasciando in eredità un’opera viva e una voce che continuerà a orientare chi studia il diritto con onestà e passione.