Credits: Carlotta Artioli
Ferrando Mantovani ha dedicato la vita a pensare e insegnare il diritto penale con umanità e razionalità. Non è un caso se scelse proprio queste due parole per intitolare una raccolta dei suoi scritti: due predicati con cui l’autore qualifica il fenomeno giuridico, ma anche due qualità che rappresentano, plasticamente, tutta la sua opera.
Nato a Cavezzo nel 1933, si laurea a Modena sotto la guida di Giuseppe Dossetti e diventa assistente di Gian Domenico Pisapia. Dal 1968 al 2008 è ordinario di Diritto penale a Firenze, dove forma generazioni di giuristi. Professore emerito dal 2008, è stato un riferimento anche a livello internazionale.
Autore di manuali fondamentali per studenti e professionisti, su tutti il Manuale di Diritto Penale scritto insieme a Giovanni Flora, ha contribuito alla Commissione per la riforma del codice penale (1988), sotto la presidenza di Antonio Pagliaro. Ha affrontato con rigore l’intero scibile penalistico, ma è nel suo approccio metodologico che risiede il tratto distintivo: la fedeltà alla logica, alla generalità e all’astrattezza della norma, senza mai cedere al soggettivismo o al creazionismo giudiziario.
Nei suoi corsi e nei suoi testi, la chiarezza si univa alla profondità. E anche nei temi più attuali – dalla bioetica giuridica al diritto della persona – Mantovani ha saputo difendere il diritto come forma di razionalità ordinante, sempre al servizio della dignità umana.
Negli ultimi anni ha riflettuto con ironia sulle derive legislative e culturali, firmando due opere dedicate alla “stupidologia”, come metafora critica della condizione moderna. La sua è stata una testimonianza di umanesimo giuridico, attento alla verità sull’uomo, al valore della vita, al significato della giustizia.