Credits: Carlotta Artioli

Nato ad Avezzano nel 1936, Natalino Irti attraversa il diritto civile italiano del secondo Novecento come una delle sue voci più autorevoli e originali. Allievo di Emilio Betti e formatosi anche sotto il magistero di Mario Allara, insegna nelle università di Sassari, Parma, Perugia e Torino, fino all’approdo, nel 1977, alla facoltà di giurisprudenza della Sapienza Università di Roma, dove tiene le cattedre di istituzioni di diritto privato, diritto civile e teoria generale del diritto.

Professore ordinario dal 1968, accademico dei Lincei e presidente emerito dell’Istituto Italiano per gli Studi Storici, Irti lega il proprio nome a una riflessione che cambia il modo di leggere il diritto privato contemporaneo. Con L’età della decodificazione mostra la progressiva perdita di centralità del codice civile e la nascita di sottosistemi normativi autonomi, governati da principi propri. È una svolta teorica destinata a segnare intere generazioni di giuristi.

Il suo pensiero si muove lungo una costante difesa della forma giuridica come presidio di razionalità e metodo di decisione, sia nello spazio pubblico sia nei rapporti privati. Nei suoi scritti più maturi elabora il tema del “nichilismo giuridico”, interrogandosi sul destino del diritto in un’età dominata dalla tecnica, dalla globalizzazione e dalla crisi delle grandi verità condivise. In opere come Diritto senza verità, Il salvagente della forma e La tenaglia riflette sul rapporto tra diritto, economia, tecnica e politica.

Accanto all’attività accademica, ricopre incarichi pubblici e istituzionali: è membro del Consiglio Nazionale Forense, presidente del Credito Italiano, vicepresidente dell’Enel, componente del CdA IRI e del Comitato per le Privatizzazioni.